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Italiano, campano, partenopeo, casertano. Quando la differenza significa distanza

21 / 05 / 2012

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Giuseppe Perrotta

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In un suo celebre libro, Amartya Sen nobel per l'economia, sosteneva che il riduzionismo solitarista dell'identità umana ha come principale conseguenza il dividere gli individui in categorie straordinariamente rigide e quindi  istigare scontri fra gruppi. Nell'era post-ideologica, caratterizzata da un'assenza di un quadro assiologico di riferimento essenziale per la vita di ognuno di noi, il tifo, oggi più che mai, viene a configurarsi come uno dei pochi contenitori di rappresentanza di un'identità che diviene ogni giorno più liquida, e che trova nella panoplia  territorio-squadra una dimensione comunicativa forte per evocare la necessità di aggregazione, condivisione  di istanze, sofferenze e manifestazione del sè. Se durante la festa della coppa Italia del  Napoli a Caserta, poi, ritroviamo i  tifosi della Casertana sulle scale a  proteggere  a tutti i costi il Monumento ai Caduti della città capoluogo dai colori del tifo partenopeo, una riflessione sul ruolo oggi dell'identità secondarie rispetto a quelle primarie va fatta. E' un ritorno al minimo comune denominatore laddove  il concetto di grande aggregatore è fallito. E allora, se non si innescano politiche fattive volte a rinforzare la coesione sociale si rischia davvero che l'identità rischi di perdere la sua dimensione di biodiversità per far spazio a tensioni che generino fattori di disgregazione sociale, aumentando gli spazi interstiziali e le relative distanze tra tutti noi.
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